Un clima preso a prestito
Londra si trova a 51,5° N. È la stessa latitudine di Calgary, in Canada, e di Goose Bay, nel gelido subartico del Labrador. Parigi condivide la sua latitudine con Terranova. Roma si trova sul parallelo di Chicago e Vladivostok.
Se si consultasse una mappa delle temperature globali senza sapere nulla di oceanografia, si potrebbe prevedere che l’Europa occidentale debba trascorrere i suoi inverni sepolta sotto lastre di ghiaccio marino e metri di neve. Calgary ha una media di -9,0°C a gennaio, e il Labrador è una tundra subartica disabitata. Eppure gli abitanti di Londra godono di inverni miti e umidi in cui la neve è solo una curiosità occasionale, e Roma gode del caldo mediterraneo.
La spiegazione standard, quella insegnata nelle scuole e ripetuta nelle guide turistiche, è semplice: la Corrente del Golfo. Ci viene detto che un fiume permanente e incrollabile di acqua calda scorre dal Golfo del Messico, avvolge l’Europa e funge da gigantesco radiatore. È un modello confortevole. Presenta il clima come uno sfondo stabile e prevedibile in cui le correnti calde scorrono per sempre e in cui i cambiamenti, se avvengono, saranno lenti, lineari e gestibili.
Quel modello è errato in un modo che minaccia direttamente la sopravvivenza dell’agricoltura europea. La Corrente del Golfo non è un radiatore isolato e permanente, e non è incrollabile. È soltanto l’espressione superficiale di una pompa di calore globale molto più grande e complessa, chiamata Capovolgimento meridionale della circolazione atlantica «AMOC». E nuove prove scientifiche suggeriscono che questo motore ha già iniziato a perdere la presa.
| Città | Latitudine | Temperatura media di gennaio | Tipo di clima |
|---|---|---|---|
| Londra, Regno Unito | 51,5° N | 5,0°C | Temperato marittimo |
| Calgary, Canada | 51,1° N | -9,0°C | Subartico / Continentale |
| Goose Bay, Labrador | 53,3° N | -16,0°C | Subartico |
| Roma, Italia | 41,9° N | 8,0°C | Mediterraneo |
| Chicago, USA | 41,8° N | -4,0°C | Continentale umido |
| Vladivostok, Russia | 43,1° N | -11,0°C | Continentale influenzato dai monsoni |
Il gigantesco motore termico
Per capire perché il sistema è vulnerabile, bisogna guardare a cosa sia in realtà l’AMOC: un immenso nastro trasportatore tridimensionale che attraversa l’intero Oceano Atlantico.
Il motore funziona grazie a due carburanti: il calore e il sale. L’acqua di superficie, calda e ad alta salinità, scorre verso nord dai tropici. Spostandosi verso settentrione, rilascia il suo calore nei venti freddi provenienti dal Nord America, mantenendo l’Europa occidentale circa 5-10°C più calda di quanto imporrebbe la sua latitudine.[1] Quando quest’acqua raggiunge i mari subpolari ad alta latitudine vicino alla Groenlandia, alla Norvegia e all’Islanda, si è ormai raffreddata drasticamente.
L’acqua fredda è più densa di quella calda, e l’acqua salata è più densa di quella dolce. Quest’acqua di superficie fredda e molto salata diventa incredibilmente pesante, sprofondando rapidamente verso il fondale oceanico. Questo processo di sprofondamento costituisce la pompa. Attira altra acqua calda dal sud per sostituire quella che è scesa, mentre l’acqua fredda e densa sul fondo scorre verso sud come una corrente profonda, completando un ciclo che richiede circa mille anni.
La portata di questa pompa di calore è difficile da immaginare. L’AMOC trasporta verso nord circa 1 petawatt di energia termica.[2] Si tratta di un milione di miliardi di watt, all’incirca cinquanta volte il consumo energetico totale della civiltà umana moderna.
Tuttavia, proprio perché questo motore è guidato dalla densità, ha un punto debole fatale: l’acqua dolce.
Con l’aumento delle temperature globali, la calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo a un ritmo accelerato, riversando gigatoni di acqua dolce direttamente nel Nord Atlantico subpolare. Contemporaneamente, le precipitazioni regionali e il deflusso dei fiumi sono in aumento. Questa alluvione di acqua dolce diluisce la salinità dell’acqua di superficie che scorre verso nord. Poiché l’acqua dolce ha una densità minore e galleggia, l’acqua diluita si rifiuta di sprofondare.
Senza il processo di sprofondamento, la pompa perde pressione. Il nastro trasportatore rallenta.
Per decenni, il consenso della scienza del clima è stato che questo rallentamento sarebbe stato un processo graduale e lineare, una manopola da girare lentamente nel corso dei secoli, lasciandoci intere generazioni per adattarci. Ma la fisica dei fluidi complessi non si muove in linea retta. L’AMOC è un sistema non lineare con un punto di non ritorno. Una volta che l’apporto di acqua dolce supera una soglia critica, la circolazione non si limita a rallentare: collassa.
Lo sappiamo perché è già successo in passato. Circa 12.900 anni fa, durante un periodo noto come Dryas recente, un enorme afflusso di acqua di fusione proveniente da una calotta glaciale nordamericana in ritirata inondò il Nord Atlantico. L’AMOC si interruppe quasi del tutto. Nel giro di pochi decenni, le temperature nell’Europa occidentale crollarono fino a 10°C, riportando la regione a condizioni glaciali per oltre un millennio.[3]
L’AMOC moderna è già al livello più debole degli ultimi 1.600 anni almeno.[4] La domanda non è più se stia rallentando, ma quanto siamo vicini al baratro.
L’anatomia di un collasso dell’AMOC
Nel febbraio del 2026, i ricercatori René M. van Westen e Henk A. Dijkstra dell’Università di Utrecht hanno pubblicato uno studio su «Communications Earth & Environment» che ha cambiato la prospettiva temporale di questa minaccia.[5]
I modelli climatici precedenti erano troppo approssimativi per risolvere i vortici oceanici a scala ridotta che trasportano sale e calore. Questi modelli a bassa risoluzione sopravvalutavano sistematicamente la stabilità dell’AMOC, suggerendo che un collasso fosse una preoccupazione remota e a bassa probabilità per il prossimo secolo. Van Westen e Dijkstra hanno eseguito un modello oceanico all’avanguardia ad alta risoluzione, con una griglia di 10 km, su un supercomputer, aumentando lentamente l’apporto di acqua dolce per individuare i reali meccanismi di ribaltamento.
Il modello ha rivelato che il collasso non è un semplice e silenzioso spegnimento. È un processo in due fasi con una transizione strutturale violenta: