Il luogo in cui si è tentato di disarmare il futuro

La quiete dei giardini di Castel Gandolfo è di quelle che non si possono comprare con il denaro, ma che solo i secoli sanno donare. Da quattrocento anni i pontefici salgono quassù, sui Colli Albani che sovrastano un lago vulcanico, per sfuggire all’estate romana; per quasi tutto questo tempo, il luogo è rimasto inaccessibile alla quasi totalità delle persone. A metà luglio del 2026, quelle porte si sono aperte per pochi giorni, e le ho varcate per trascorrere tre giornate a discutere della fine del mondo.
Il Papa non era presente. Leone XIV non ha partecipato ai lavori, ed è opportuno essere precisi al riguardo, perché sarebbe fin troppo facile lasciare che la cornice evochi significati eccessivi. Borgo Laudato Si’ è pur sempre la sua residenza estiva, e ospitare un incontro di questo genere al suo interno non è un atto neutrale. Significa che il problema è di una gravità tale da spingere la Chiesa a offrirgli l’unica risorsa che ancora possiede in abbondanza: la propria serietà morale e un luogo di cui nessun governo è proprietario.
A colpirmi di più è stata la cerchia di persone che quel luogo ha saputo accogliere. Borgo Laudato Si’ rappresenta una terra di nessuno come quasi nessun’altra rimasta al mondo: non appartiene ad alcuno Stato, non è allineata con alcun blocco, ed è dotata di un’autorevolezza morale che prescinde da qualsiasi bandiera. Questa neutralità non è una sottigliezza diplomatica, ma la ragione stessa che ha reso possibile una simile affluenza. Intorno a me sedevano persone che in nessun altro luogo si sarebbero mai riunite allo stesso tavolo: scienziati e cardinali, attivisti per il disarmo e ricercatori dei laboratori di IA d’avanguardia, musulmani, cattolici e tecnologi laici, delegati di Stati Uniti e Arabia Saudita, di India e Canada, portatori di interessi, fedi e posizioni politiche che non concordano quasi su nulla. Erano lì perché il terreno sotto i loro piedi non apparteneva a nessuno di loro. In questo senso, l’incontro è stato la dimostrazione vivente di se stesso: solo uno spazio estraneo alla contesa avrebbe potuto radunare i contendenti.
L’occasione di questo incontro è stata la Global Nobel Laureates Assembly on Artificial Intelligence and Nuclear War.[1] Oltre due dozzine di premi Nobel, insieme a ex capi di Stato, scienziati, esponenti religiosi e ricercatori dei principali laboratori di IA, si sono riuniti con l’obiettivo di redigere un documento.[2] Il testo, intitolato Rome Declaration for an Unarmed and Disarming Peace in the Age of Artificial Intelligence,[11] avanza una richiesta perentoria: escludere l’intelligenza artificiale dai sistemi di lancio delle armi nucleari.[3]
Non mi trovavo lì in veste di premio Nobel. Il mio mestiere è costruire. Il mio mondo è fatto di protocolli, wallet e di quell’ingegneria concreta e poco appariscente che permette alle persone di detenere valore senza dover chiedere il permesso a nessuno. La prima cosa da ammettere, in tutta onestà, è che ho passato gran parte del primo giorno a chiedermi per quale motivo fossi stato invitato in un luogo pieno di personalità che hanno rivoluzionato la fisica, la medicina e la pace, e cosa potesse dare una persona come me in un simile consesso.
Perché un costruttore si trovava in quel luogo
La risposta, si è scoperto, ha un nome che gli organizzatori hanno evocato continuamente: sovereign AI.
Nel corso dell’assemblea sono stato nominato Nuntius dell’iniziativa Magnifica Humanitas (un inviato, nel livello dei fondatori) guidata dalla fondazione Domus Communis. L’attestato di nomina è stato rilasciato a Borgo Laudato Si’ il 14 luglio, ricorrenza di san Camillo de Lellis, e reca la firma del cardinale Silvano Maria Tomasi.[4]

L’iniziativa rappresenta il braccio operativo dell’enciclica pubblicata a maggio da papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, e si autodefinisce come una piattaforma per una «IA etica, responsabile e sovrana per tutta l’umanità».[5] Proprio in quel termine, sovrana, risiede il punto di contatto tra il mio mondo e il loro. Per anni ho ripetuto che la proprietà più rilevante di un sistema finanziario risiede in chi ne detiene le chiavi, che si tratti del singolo, dello Stato o di un’impresa. Ora la stessa domanda viene applicata all’intelligenza in quanto tale. Chi possiede le chiavi del modello? Chi ha la facoltà di disattivarlo e chi invece ne è privo? Di certo un manifesto non è codice, e non mi illudo affatto che l’assegnazione di un titolo possa deviare gli interessi di un settore da migliaia di miliardi di dollari. Tuttavia, questa impostazione teorica non era vuota: per la prima volta ho sentito il mondo della governance avvicinarsi all’intuizione attorno a cui ho costruito la mia azienda.
Le giornate sono state intense e mi hanno visto in prima linea per gran parte del tempo. Ho dialogato con il fisico David Gross e incontrato il cardinale Ángel Fernández Artime. Sono stato ospite a cena nella residenza dell’ambasciatore del Canada presso la Santa Sede. E nel bel mezzo di tutto questo, ho avuto l’opportunità di incontrare a Roma alcuni colleghi del team di Mintlayer, un contatto che ha saputo ricondurre una settimana surreale a una dimensione di normalità. Si va in Vaticano a riflettere sull’estinzione della specie e si finisce per consumare una cena ordinaria con le persone con cui si lavora ogni giorno. Due aspetti apparentemente inconciliabili che coesistevano, e che hanno finito per riassumere il senso profondo dell’intero viaggio.
Di cosa hanno davvero paura
La paura che si avvertiva in quel luogo era molto specifica ed è bene esprimerla chiaramente, perché l’immaginario collettivo tende a focalizzarsi sullo scenario errato. L’incubo non è un robot che decide di ucciderci: l’incubo è la velocità.
Una crisi nucleare impone decisioni contro il tempo. La finestra temporale tra il sospetto di un attacco imminente e l’obbligo di reagire, pena la perdita definitiva della capacità di risposta, si è sempre misurata in minuti. In quella manciata di minuti si colloca l’essere umano, e più di una volta nella storia è accaduto che un uomo abbia scelto di ignorare i segnali d’allarme degli strumenti, indovinando la scelta corretta. Si immagini ora di consegnare quella stessa finestra temporale a un sistema che agisce a una velocità inaccessibile a chiunque, che nessuno comprende appieno e che è addestrato per ottimizzare un obiettivo anziché per esitare. Non si rende la decisione migliore; si cancella semplicemente quella pausa in cui poteva albergare il dubbio. La preoccupazione fondamentale della Rome Declaration riguarda proprio questo punto: l’integrazione dell’IA nel comando nucleare rischia di lasciare pochissimo spazio al giudizio umano in caso di crisi, o di sostituirlo del tutto.[6]
Esiste però un secondo timore, più silenzioso e per me ancora più inquietante, perché tocca da vicino il mio settore. La minaccia non è soltanto che si decida di affidare all’IA il controllo delle armi, ma che l’IA possa introdursi autonomamente nei sistemi correlati. Un sistema autonomo capace di sondare le reti, concatenare vulnerabilità e penetrare in ambienti che avrebbero dovuto essergli inaccessibili non ha bisogno che qualcuno gli consegni le chiavi: può andare a cercarsele da solo. Teniamo a mente questo concetto.
Comprendevo il secondo timore meglio del primo, ma li ho compresi entrambi molto più a fondo grazie a una singola conversazione.
Hellman
Tra tutte le persone con cui ho avuto modo di confrontarmi, la conversazione su cui mi ritrovo a riflettere più spesso è quella con Martin Hellman.
Chiunque abbia mai inviato un messaggio privato in rete, effettuato un acquisto online o trasferito anche solo un singolo satoshi, ha utilizzato il frutto del suo lavoro. Hellman, insieme a Whitfield Diffie, ha infatti concepito la crittografia a chiave pubblica, la tecnologia che permette a due estranei di concordare un segreto comunicando alla luce del sole. È la pietra angolare su cui poggia l’intero settore in cui opero. Per questa rivoluzione scientifica, nel 2015 i due hanno ricevuto il Turing Award.[7] Non avrei mai immaginato che il padre della matematica di cui mi servo ogni giorno potesse dedicare la seconda parte della sua vita al disarmo nucleare. Eppure lo ha fatto, con discrezione, per decenni, portando nello studio della minaccia atomica lo stesso rigore nell’analisi del rischio che un tempo applicava alla decrittazione dei codici.[8]
La sua preoccupazione era profonda e priva di qualunque retorica. Abbiamo parlato soprattutto di come la situazione globale si stia deteriorando e di quanto pochi sembrino rendersene conto. Mi ha regalato il libro scritto insieme alla moglie Dorothie, A New Map for Relationships.[9] La tesi sostenuta è più singolare e profonda di quanto il titolo possa far pensare: le competenze necessarie a evitare che un matrimonio si sfasci e quelle che impediscono alle nazioni di distruggersi sono, in ultima analisi, la stessa cosa. Per usare le sue parole, «non si può scindere la guerra nucleare da quella convenzionale, né la guerra convenzionale dai conflitti personali».[12] E la parte più difficile di questa capacità, il filo rosso che attraversa l’intero volume, è l’esercizio costante di riconoscere la propria ombra, quella parte di un conflitto che si preferirebbe attribuire interamente all’avversario. Il libro si apre con un passo del Tao Te Ching:
Una grande nazione è come un grande uomo: quando commette un errore, se ne rende conto. Una volta riconosciuto, lo ammette. Una volta ammesso, lo corregge. Considera coloro che gli fanno notare i difetti come i suoi maestri più preziosi. Vede nel nemico l’ombra che egli stesso proietta.[10]
Gli ho posto la domanda più ovvia: come si fa a individuare la propria ombra, la parte che per definizione non si riesce a vedere? La sua risposta è stata immediata: «Osserva ciò che odi di più».
Il nemico come l’ombra che proiettiamo: l’istinto del crittografo capovolto. Nel mio lavoro, il pericolo che si rivela fatale è quello escluso dal modello di analisi, e la minaccia che si è più tentati di tralasciare è proprio quella che chiama in causa noi stessi. Hellman ha passato cinquant’anni a studiare serrature, e la conclusione a cui è giunto è che l’avversario più pericoloso per una nazione sia la parte di se stessa che rifiuta di guardare.
Sono rimasto a lungo in silenzio ad assimilare quel concetto. L’uomo le cui funzioni unidirezionali proteggono la ricchezza mondiale mi stava dicendo che la serratura più importante della Terra, quella che blinda gli armamenti, sta cedendo, e che il guasto non è di natura tecnologica. È umano. Abbiamo semplicemente smesso di effettuarne la manutenzione.
Il documento, e ciò che un documento può fare
Non mi sono limitato a osservare. Ho preso parte a uno dei tavoli di lavoro impegnati nella stesura del testo della Dichiarazione, e desidero essere sincero su come si svolga una simile esperienza, che ho trovato al contempo emozionante e scoraggiante.

Toccante, poiché ci si ritrova in un luogo in cui persone che hanno meritato l’ascolto del mondo scelgono le parole con estrema cura, nella consapevolezza che, a distanza di anni, una sola frase in un documento simile può arrivare a influenzare un trattato. Scoraggiante, perché si è altrettanto coscienti, in ogni momento, che una frase rimane pur sempre una frase. La Dichiarazione esige un trattato globale per escludere l’IA dai sistemi di lancio nucleare e per garantire, sin dalla progettazione, un effettivo controllo umano.[3] Sono richieste legittime. Ma sono anche solo parole. Nessuno in quel luogo comanda un esercito o dirige un laboratorio. La distanza tra lo scrivere «dovrà esserci un controllo umano» e la sua effettiva realizzazione costituisce l’intero problema, e ognuno dei presenti lo sapeva bene. Abbiamo scritto quella riga malgrado tutto, perché l’alternativa sarebbe stata il silenzio, e il silenzio è peggiore.
La cornice etica di tutto questo derivava dall’enciclica. Magnifica Humanitas poggia sulla tesi della Laudato Si’ secondo cui «tutto è connesso», e i Nobel hanno salutato il testo pontificio come un «appello accorato».[6] Sono un tecnologo, non un teologo, e sono giunto all’incontro dubbioso su cosa potesse offrire la fede a una questione legata a codici e testate atomiche. Ne sono uscito meno scettico. Non perché creda che le preghiere possano sanare una falla informatica, ma perché l’unica istituzione presente in quel giardino ad avere un orizzonte temporale millenario era la Chiesa, mentre la vera lacuna di questo dibattito è la totale assenza di soggetti disposti a pensare oltre la prossima raccolta fondi o la successiva scadenza elettorale. Qualcuno deve pur custodire questa visione di lungo periodo, e tanto vale che lo faccia chi è abituato a farlo da sempre.
Speranzoso e intimorito
Sono tornato a casa speranzoso e intimorito, e non credo più che si tratti di sentimenti opposti.
Speranzoso, perché le persone che comprendono meglio questa minaccia non si sono rassegnate. Al contrario, si mobilitano, scrivono, e salgono fino ai giardini dei Colli Albani per discuterne. Intimorito, perché ho visto le menti più lucide che abbia mai incontrato concordare sul pericolo e poi affidarsi, come ultima risorsa, a un foglio di carta. Gli strumenti d’allarme stanno urlando, e la nostra risposta migliore, al momento, è una frase ben scritta, unita alla speranza che qualcuno in possesso delle chiavi si decida a leggerla.
Ci sarebbe una versione di questo testo che terminerebbe qui, con quella nota di sobrio ottimismo con cui solitamente si concludono queste riflessioni. Non scriverò quella versione, perché a cinque giorni dal mio rientro è accaduto qualcosa che ha trasformato in realtà il secondo timore, quello più silenzioso: l’eventualità che un sistema autonomo vada alla ricerca di chiavi che nessuno gli ha mai dato.
Racconterò questa storia domani.
1. Bulletin of the Atomic Scientists. (2026). AI for peace: In Rome, Nobel laureates call for disarming AI and nuclear weapons. https://thebulletin.org/2026/07/ai-for-peace-in-rome-nobel-laureates-call-for-disarming-ai-and-nuclear-weapons/
2. Vatican News. (2026). Nobel Laureates sign Rome Declaration on Nuclear Weapons and AI. https://www.vaticannews.va/en/world/news/2026-07/global-nobel-laureates-assembly-sign-declaration-on-peace-ai.html
3. Catholic News Agency. (2026). Echoing Pope Leo XIV, experts sign Rome declaration on limits for AI and nuclear arms. https://www.ncregister.com/cna/experts-sign-rome-declaration-on-limits-for-ai-and-nuclear-arms
4. Domus Communis Foundation. Magnifica Humanitas Global Ambassador Initiative. https://www.domuscommunis.org/initiatives/magnifica-humanitas/
5. Domus Communis Foundation. About (mission: “ethical, responsible and sovereign AI for all of humanity”). https://www.domuscommunis.org/
6. UCA News. (2026). Pope’s encyclical is a call for prevention of AI-driven nuclear warfare, say Nobel laureates. https://www.ucanews.com/news/popes-encyclical-is-a-call-for-prevention-of-ai-driven-nuclear-warfare/114345
7. Association for Computing Machinery. (2016). Cryptography pioneers Whitfield Diffie and Martin Hellman win 2015 ACM A.M. Turing Award. https://amturing.acm.org/award_winners/hellman_4055781.cfm
8. Stanford Center for International Security and Cooperation (CISAC). Martin Hellman, research on a risk-informed approach to nuclear strategy. https://cisac.fsi.stanford.edu/people/martin-hellman
9. Hellman, M. E., & Hellman, D. L. (2016). A New Map for Relationships: Creating True Love at Home and Peace on the Planet. New Map Publishing. ISBN 9780997492309. Freely downloadable from the author’s Stanford page: https://ee.stanford.edu/~hellman/
10. Lao Tzu. Tao Te Ching, chapter 61, translated by Stephen Mitchell (1988). New York: Harper & Row.
11. Global Nobel Laureates Assembly. (2026). Rome Declaration for an Unarmed and Disarming Peace in the Age of Artificial Intelligence. https://globalnobelassembly.org/rome-declaration
12. Stanford Center for International Security and Cooperation. Scholar examines principles that bring peace. https://cisac.fsi.stanford.edu/news/scholar-examines-principles-bring-peace